
Se avessi in mente quell’ultimo saluto
prima d’averti in bilico
alle malferme corde di trapezio
dovrei dirti del mondo che è di sotto
dentro gli scavi aperti, nella pioggia.
Dovrei dipingerti di un tempo
addosso come cencio d’olio
a fissarne saturo l’odore
la nebbia malsana dei porti.
Dovrei chiederti in prestito la pelle
quella usurata dai calci
o la membrana dei sogni resistenti
attaccati rabbiosi alle ringhiere.
E fermarti all’imbocco del bavero
prima di chiuderti al vento
e sfilarti una ruga dagli occhi
o un capello fuggito.
Dovrei rapirti ciò che resta
della tua voglia di parlare
cucirlo al privilegio del silenzio .
Ma trovo il tempo di gitane rose
dentro i tuoi occhi nudi.
E tanto basta a non chiederti chi sei.
Di tutto quanto il vento va ciarlando
conserva solo il pianto delle foglie.
Lo capiresti poi che sono io
dall’andatura incerta tra le cose
quando è nell’aria
un fermo immagine del tempo.
A.M. Gennaio 2012