Mi chiedo perchè chiederti non posso. Addosso.
Mi siedo.
Ripiego.
Ripenso, ti vedo.
Qualcosa si è aggiunto dalle notti d’agosto, un filo spinato spiegato più volte. Allacciato giù in cima. A saltare, a giocare che sono di rosa le spine che spuntano il cuore.
E mi sanguinano addosso le ore.
Quelle assurde, additate a contare la conta dei vuoti e dei pieni. Il da fare.
Il da farsi se vieni, se è il caso di farli allungare
i capelli, legati
in fermagli appuntati.
da allora, che so che ti piace la crocchia alla nuca che ho inteso mandarti. Riempirti, d’immagini nuove, posate, passate al setaccio per giorni, per ore. Contate, cantate, stornate alla vista o alla vita, se duole.
Più l’Anima o l’Animo.
Altrove.
Che lì ti ho posata, tu inerme valore di sempre, lisciavi la faccia di bave di luna.
E infine ho lasciato un bacio mio lieve, sul dorso- lui salvo- di lacrima breve; un po’ un baciamano in tuba e panciotto, di stile malfermo, di fine ottocento. Che a te so piacere sì tanto.
Quel guanto ora colgo, non sa mai di sfida, ma resa suadente.
Ricordo.
Di belle parole mai dette, mai scritte, pensate ugualmente, di forza invadente per quell’adempienza a promessa carente. Di tutto o di niente.
Esigente.
Chiedersi il perché, in assenza dell’altra persona significa riflettere e avere il tempo per ricomporre tutti i tasselli di un errore.
sei sempre poesia